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Lavoro da remoto e solitudine: la flessibilità ha un prezzo

L’isolamento sociale e la mancanza di occasioni di confronto uccidono produttività e spirito creativo. Ma non solo: la solitudine ha un grave impatto sulla nostra salute fisica e mentale. Un libro di Vivek Murthy ci mette in guardia

HOMEWORKING SEMPRE PIU’ DIFFUSO

Il lavoro da casa è diventato una realtà importante nella vita di molti lavoratori. In poco più di dieci anni e con la forte spinta data dall’emergenza Covid, si è passati da percentuali molto basse ad una quota importante di lavoratori che trascorrono il loro tempo produttivo nella propria abitazione. Secondo un recente report di FlexJobs, il numero di homeworker negli USA è aumentato addirittura del 115% negli ultimi dieci anni. Nel 2018, il 5.2% dell’intera workforce statuinitense lavorava da casa full time. In Italia i numeri sono più modesti ma in forte crescita: prima dell’emergenza Covid19 erano a casa intorno al 2% dei lavoratori.

I lati positivi sono tanti ed evidenti (ne parliamo anche qui) ma non sono da trascurare anche le ricadute negative sulla qualità della vita. Se si acquisiscono maggiori flessibilità e autonomia nella gestione dei tempi, si assiste però a un forte aumento di problemi legati alla solitudine, con forte impatto sullo stato di salute fisico e psichico delle persone. Il libro “Together” di Vivek Murthy, Surgeon General degli Stati Uniti sotto la presidenza Obama, esamina e analizza questo fenomeno.

vivek murthy
Vivek H. Murthy

VENGONO MENO I CONTATTI UMANI: UN’EPIDEMIA DI SOLITUDINE

In primo luogo, lavorare da casa significa rinunciare completamente alla componente sociale e umana del lavoro d’ufficio. L’ufficio è uno spazio, ma è soprattutto una comunità. Essere in ufficio significa circondarsi di persone che lavorano, poter collaborare, chiedere aiuto, scambiare due chiacchiere davanti a un caffè – puri e semplici contatti umani che ci fanno sentire parte di un gruppo. Perché è proprio grazie a queste piccole interazioni sociali che si sviluppano connessioni significative: rapportarsi con individui sfaccettati, che le immagini piatte e spersonalizzate del nostro computer non sono ancora capaci di sostituire.

Il lavoro da casa, imponendo una totale rinuncia alle occasioni di socialità e collaborazione, non può che sfociare in un senso di isolamento sempre più diffuso. Murthy ne parla come di una vera e propria “epidemia di solitudine”. L’analisi può sembrare eccessivamente allarmante e pessimistica, ma trova conferma nei dati. Recenti studi hanno evidenziato come l’homeworking incontri la soddisfazione dei lavoratori solo a patto che non sia protratto troppo a lungo.

Si assiste infatti, dopo un primo periodo di entusiasmo, al desiderio diffuso di ritornare alla vita in ufficio, anche a fronte di perdita di tempo e di denaro per gli spostamenti. La ragione scatenante della scelta è principalmente il sentimento di solitudine che assale i lavoratori in homeworking. Emblematico è un recente studio condotto dall’università di Stanford in collaborazione con Ctrip, la più grande agenzia di viaggi cinese. I dirigenti dell’azienda stavano valutando di introdurre l’homeworking come alternativa al lavoro d’ufficio e volevano quindi raccogliere dati sull’eventuale impatto di una simile politica aziendale. L’esperimento ha inizialmente avuto ottimi risultati: i lavoratori da casa si dichiaravano più felici, produttivi e concentrati. Alla fine pero’, più della metà degli homeworker ha deciso di tornare in ufficio, nonostante un tempo medio di commuting di 40 minuti. Il motivo? La solitudine sofferta a casa era insostenibile.

L’ISOLAMENTO SOCIALE METTE A RISCHIO SALUTE FISICA E MENTALE

Sono molto allarmanti i dati che vengono riportati nel libro riguardo l’impatto che il crescente sentimento di solitudine dovuto all’homeworking ha sulla salute. Il rischio di patologie importanti sembra essere acuito notevolmente: Murthy parla di maggior rischio di patologie cardiovascolari, diabete, demenza, depressione, ansia.

Figura: Solitudine come fattore di rischio per malattia coronarica e ictus. Secondo uno studio, le carenze nelle relazioni sociali aumentano il rischio di sviluppare malattie coronariche e ictus del 30% circa.

“La riduzione della durata della vita è simile a quella causata dal fumo di 15 sigarette al giorno ed è maggiore dell’impatto sulla durata della vita dell’obesità”, ha detto il dottor Murthy al Washington Post citando un recente studio della Brigham Young University a Provo, Utah.

Avere relazioni sociali forti, siano esse con amici, parenti o colleghi, incrementa la probabilità di sopravvivenza del 50% rispetto a chi ha rapporti umani più deboli e saltuari. Un tema cruciale ma spesso trascurato: «L’idea che la perdita di relazioni sociali sia un fattore di rischio di mortalità non è ben riconosciuta dal pubblico e neppure dagli operatori sanitari», commenta Julianne Holt-Lunstad, coordinatrice della ricerca.

 

LA SOLITUDINE RALLENTA LA PRODUTTIVITA’

In più, osserva Murthy, la solitudine riduce la produttività:

  • Diminuisce il rendimento
  • Ostacola il confronto e la creatività
  • Compromette l’efficacia e la velocità di processi decisionali

La solitudine causata da un protratto periodo di homeworking danneggia l’azienda sia per le peggiori performance dei propri dipendenti sia per la diminuzione del senso di appartenenza e della condivisione della cultura aziendale. E così, si assiste a un aumento di costi per l’azienda dovuto alla diminuzione della produttività e alla contrazione dei profitti. Le relazioni sociali che si creano nell’ambiente fisico dell’ufficio, anche in momenti non esclusivamente lavorativi, hanno infatti ricadute positive su comunità e profitti. Secondo uno studio di Gallup, avere amici al lavoro rende più produttivi, stimolando il coinvolgimento, la creatività e la collaborazione tra colleghi per il raggiungimento di obiettivi comuni.

E anche se i colleghi non sono i nostri migliori amici, non c’è da preoccuparsi: persino due chiacchiere superficiali davanti alla macchinetta del caffè hanno il loro effetto benefico. Lo dimostra un gruppo di ricercatori del MIT, che ha studiato le interazioni tra colleghi in un call center: “Gli individui che parlavano di più con i coworker rispondevano alle chiamate più rapidamente, erano meno stressati e avevano gli stessi approval rating dei loro compagni”, riporta Forbes. Il contatto umano è un boost di energia produttiva e di creatività: la solitudine dell’homeworking non può che renderci più fiacchi e meno creativi.

TECNOLOGIA

La tecnologia offre grandi opportunità ma pone anche importanti nodi da affrontare. Le relazioni veicolate attraverso schermi – call, messaggi, social- sono prive dei codici di comunicazione che siamo abituati a decifrare per cogliere in profondità il significato e i messaggi delle relazioni umane: tutto il ricco mondo del non verbale viene cancellato lasciandoci frastornati (ecco perché ci serve un nuovo galateo per lo smart working). Una conseguenza è certamente il forte affaticamento psicologico e fisico. La nostra mente continua a cercare informazioni che non riesce a cogliere lavorando continuamente e consumando grandi energie.

Altra conseguenza è il calo di attenzione dovuto alla fatica e al senso di frustrazione che la socialità virtuale ci impone. Così si arriva all’attualissima definizione di “Zoom fatigue”, che vede il contrasto tra una connessione costante accompagnata però da distrazione e estraniazione. “Le nostre menti sono insieme quando i nostri corpi sentono che non lo siamo. Quella dissonanza, che provoca sentimenti contrastanti nelle persone, è estenuante. Non puoi rilassarti nella conversazione in modo naturale”, ha spiegato alla BBC Gianpiero Petriglieri, professore associato di Insead.

SOLITUDINE AL LAVORO: QUALI SONO I RIMEDI?

Ma allora quali sono le soluzioni per contrastare il deleterio sentimento di solitudine dovuto all’homeworking che danneggia sia il lavoratore che l’azienda? Sicuramente deve essere rafforzata l’interazione sociale e Murthy nel suo libro propone 5 possibili strategie:

Valutare l’attuale stato di connessione sociale all’interno dell’azienda

L’ascolto è la prima chiave per poter interpretare lo stato dei propri dipendenti e valutare le azioni necessarie a innescare un miglioramento aziendale. Le domande da porre riguardano il livello di soddisfazione, il sentimento di appartenenza alla cultura aziendale e la qualità dei rapporti con i colleghi.

Diffondere una “cultura relazionale”: rendere chiaro cosa significa avere relazioni di qualità

Dopo l’attento ascolto diventa fondamentale agire sulla diffusione della cultura relazionale sposata dall’azienda e basata su amore, gentilezza, compassione e generosità.

Rafforzare le connessioni sociali e renderle un obiettivo strategico prioritario

Impegnare tutti i livelli dell’azienda – dai leader ai dipendenti – ad avere relazioni fondate su dialogo e apertura. Questa sarà la chiave per la costruzione di forti connessioni foriere di positivi spunti.

Incoraggiare i lavoratori a cercare aiuto quando necessario e ad aiutarsi a vicenda

Incentivare la cooperazione. L’aiuto reciproco ha un formidabile effetto per sconfiggere il sentimento di solitudine, facendo crescere il senso di appartenenza alla comunità aziendale.”Anche se può sembrare controintuitivo aiutare gli altri quando ti senti solo, estendere aiuto agli altri e accettare di riceverlo crea una connessione che si afferma reciprocamente”, scrive Murthy.

Creare occasioni in cui i lavoratori si possano conoscere meglio, condividendo esperienze personali e interessi esterni al lavoro

La probabilità che si sviluppino autentiche connessioni sociali è maggiore quando le persone si sentono comprese e apprezzate come individui a tutto tondo – come madri e padri di famiglia, individui con passioni al di fuori del lavoro, cittadini e membri della comunità. Ma come seguire i consigli di Murthy quando l’homeworking impedisce le più basilari interazioni umane? Rafforzare le connessioni sociali sul luogo di lavoro è impensabile quando i rapporti umani si riducono a freddi incontri virtuali, sempre funzionali a un obiettivo e mai spontanei. La sfida è quella di ripensare lo smart working in chiave relazionale: forse la soluzione è uno spazio di lavoro che offra i vantaggi del lavoro da remoto, ma senza rinunciare alle genuine interazioni umane che alimentano la nostra creatività e il nostro benessere.

Anna Stella
Studia Philosophy and Economics a University College London, parallelamente a un Master online in Finanza di MIT. Collabora con Pietro Martani su vari progetti incentrati sui temi workspace e hospitality. Ama viaggiare, conoscere persone diverse, fotografare, imparare sempre cose nuove.

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1 Commento

  1. […] lockdown ha portato all’emersione non solo delle comodità, ma anche dei rischi del lavoro-agile (qui ad esempio parliamo di isolamento e solitudine). Uno sondaggio condotto tra 2500 lavoratori britannici a cura del Gensler Research Institute ad […]

  2. […] schermo e di mantenerla sufficientemente a lungo, sono le due sfide più probanti del telelavoro (qui parlavamo anche della cosiddetta “Zoom fatigue”). Questo perché, a differenza di una […]

  3. […] Lavorare da casa significa rinunciare completamente alla componente sociale del lavoro in ufficio. Alle interazioni faccia a faccia tra colleghi si sostituiscono freddi meeting virtuali, incapaci di riprodurre genuini incontri tra individui reali. Questo appiattimento relazionale ha conseguenze significative sul benessere psicologico dei lavoratori – Murthy la definisce una vera e propria “epidemia di solitudine” (ne parliamo più dettagliamente qui). […]

  4. […] Tutte le ricerche sul cambio di organizzazione del lavoro a partire dalla primavera dello scorso anno, convergono sulla preferenza per un modello ibrido. Le soluzioni ai due estremi del range (full-time ufficio/full-time casa) sono poco popolari. Dell’odiata scrivania abbiamo sentito la mancanza, e il lockdown ha portato all’emersione delle comodità, ma anche dei rischi del lavoro-agile (qui parliamo di solitudine). […]

  5. […] Effettivamente, finché si è trattato di lavorare a distanza su progetti già avviati e per un tempo limitato, lo switch non sembra aver arrecato grandi perdite alla produttività. Ma quando occorrerà inventare da zero il design di nuovi prodotti? Come scrivevamo tempo fa, la creatività è una delle vittime principali del lavoro svolto in casa o al massimo collegati in videoriunione (e poi c’è il problema della solitudine). […]

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