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Una nuova «Carta dei diritti» dei lavoratori in smart working

Foto di Thought Catalog da Unsplash

A pochi giorni dall’annuncio dell’intenzione delle più grandi aziende di puntare ancora di più sullo smart working, Ben Stewart, direttore esecutivo di Tulsa Remote, si è chiesto: «Quali sono i diritti del lavoratore da remoto? E fino a che punto gli smart worker sono diversi dalle loro controparti in ufficio?».

Da tempo ormai, complice la pandemia da COVID-19, il lavoro agile è diventato la norma. Ed è di soli pochi giorni fa la dichiarazione d’intenti, per la prossima stagione lavorativa, da parte delle maggiori compagnie italiane: «Smart working, le grandi aziende puntano al “remoto”. Vodafone, Bnl, Acea, Enel: tutti al lavoro, ma da casa al 60%». Nonostante, dunque, il procedere della campagna vaccinale, anche nei prossimi mesi un impiegato su due nelle aziende private continuerà a lavorare da casa. D’altronde, lo avevamo in parte già pronosticato nel nostro articolo: «Lavoreremo davvero per sempre da remoto?».

Nella fretta di dare nuove spinte all’economia, però, in troppi hanno messo da parte alcune domande sul ruolo del lavoro da remoto e sui diritti dei suoi lavoratori. Quali sono i diritti del lavoratore da remoto? E fino a che punto, se non del tutto, questi sono diversi dalle loro controparti in ufficio?

A chiederselo è stato Ben Stewart, direttore esecutivo di Tulsa Remote, un’organizzazione che offre a chi lavora in smart working ben 10.000 dollari per trasferirsi a Tulsa, in Oklahoma, e unirsi alla community per fare presso di loro il lavoro da remoto che già fai o, anche, trovarne altri grazie ai loro accordi. «Ciao, lavoratori da remoto!», si legge subito sulla Home Page del sito. «Ti pagheremo per lavorare da Tulsa. Lo adorerai». E i benefit non sono pochi. «La sovvenzione di $ 10.000 di Tulsa Remote può ora essere ricevuta in anticipo e applicata direttamente all’acquisto di una casa. Ti daremo dei soldi subito per aiutarti con le spese di trasloco, uno stipendio mensile e il resto quando avrai finito il primo anno». E non è finita: «Per rendere più facile il tuo trasloco, abbiamo selezionato i migliori appartamenti locali, incentrati sulla nostra fiorente comunità remota nel cuore di Tulsa».

Stewart ha dunque ben presente il problema: ritiene che sia giunto il momento non solo di aiutare quanti lavorano in smart working, ma di creare per loro una vera e propria «Carta dei diritti». Come potrebbe articolarsi? Vediamo insieme quali “articoli” Stewart ha posto in elenco.

Foto di Austin Distel da Unsplash

IL DIRITTO AL LAVORO DA REMOTO IN PRIMIS

Come sottolinea New Republic, per troppo tempo «i dipendenti non presenti sul posto di lavoro hanno rischiato di essere visti come meno produttivi, o sono stati sospettati di cercare di sottrarsi ai propri doveri».

Ora che molti hanno acquisito una vasta esperienza di lavoro da remoto, questa percezione sta cambiando. Sappiamo tutti che lavorare da casa significa comunque lavorare. Ecco perché, quando questa pandemia sarà finita, ogni lavoratore in grado di mantenere la produttività lavorando da casa dovrebbe avere il diritto di continuare a farlo.

Naturalmente, ci saranno sempre progetti che richiedono o beneficiano della collaborazione di persona e ci saranno sempre persone che preferiscono lavorare a fianco dei loro colleghi. «Quello che sto suggerendo è una concezione del lavoro più flessibile ed equilibrata», spiega Stewart. «Un mondo in cui le persone lavorano in ufficio o da casa secondo le proprie esigenze, senza penalità o giudizi e senza una falsa narrativa che incombe sulla loro decisione».

IL DIRITTO AL LAVORO DA REMOTO COME SCELTA

Spesso lo smart working è stato inteso come un lusso, un premio per chi aveva ottenuto successi e di cui, dunque, “ci si poteva fidare” anche non avendolo sempre in ufficio. «La mia tesi», dice Stewart, «è che lavorare da remoto dovrebbe essere una scelta, non un privilegio. Qualsiasi persona dovrebbe avere accesso agli strumenti e alla formazione necessari per lavorare in smart working. L’ascesa dell’intelligenza artificiale e la minaccia crescente della disoccupazione lo rendono sempre più un imperativo. Le aziende dovrebbero collaborare tra loro e con le agenzie governative, le organizzazioni senza scopo di lucro e le istituzioni educative per garantire che tutti abbiano la possibilità di acquisire competenze in ruoli che consentano loro di lavorare da casa».

IL DIRITTO A UNA VITA FUORI DAL LAVORO

La demolizione del divario lavoro/vita è stata molto discussa negli ultimi anni. In teoria, sappiamo che non dovremmo inviare (o rispondere a) e-mail o messaggi di notte o nel weekend. Nella realtà, però, lo smart working spesso si accompagna a una vera invasione del lavoro in ogni aspetto della vita. Un recente sondaggio della Harvard Business Review ha rilevato che un gran numero di lavoratori da remoto «ha riferito di aver bisogno di essere costantemente disponibili, di dover rispondere immediatamente ai messaggi, di essere sempre operativi anche dopo l’orario di lavoro».

«Per questo è essenziale che manager e dipendenti collaborino su parametri sensati e condivisi», spiega Stewart. «Quando hai assolutamente bisogno di essere accessibile? Quando dovresti disconnetterti? Quali incontri sono obbligatori e quali possono essere convertiti in chat veloci? Occorre garantire che nessuno si senta eccessivamente stressato e impedire che il lavoro si trasformi in un peso».

IL DIRITTO ALLA FIDUCIA RECIPROCA

All’inizio della pandemia, molti temevano che lo smart working avrebbe ridotto la produttività. Tuttavia, è stato il contrario: i livelli di produttività sono rimasti costanti o sono aumentati. Questo è stato il risultato della fiducia reciproca: un presupposto fondamentale di buona fede da parte sia dei dipendenti che dei datori di lavoro. Una recente ricerca sul lavoro da remoto di Gartner dimostra che il coinvolgimento dei dipendenti è aumentato del 76% nelle organizzazioni con alti livelli di fiducia. «È nostra speranza che questa fiducia e questa comprensione del valore della flessibilità persistano a lungo dopo la conclusione della pandemia».

Foto di Victoria Heath da Unsplash

IL DIRITTO A ORARI ASINCRONI O FLESSIBILI

Il progetto di reimmaginare il lavoro, di costruire un luogo di lavoro più fluido e decentralizzato, comporta un ripensamento della giornata lavorativa. Il tradizionale orario dalle 9 alle 18 prevale ancora: nella maggior parte delle aziende, si pensa che i dipendenti lavoreranno più o meno le stesse ore e saranno vincolati alla scrivania, prontamente accessibili durante quel periodo. Uno smart working intelligente e produttivo, però, deve partire dal presupposto che le persone non sono tutte identiche e che possono essere produttive anche in orari diversi da quelli tradizionali: alcuni pensano meglio di notte o hanno bambini a cui badare durante il giorno. Quello a cui si deve badare insomma – sempre, ma più che mai nel lavorare da casa – sono produttività e risultati, non la necessità di essere incollati a una scrivania in orari fissi.

IL DIRITTO A UN GIUSTO ED EQUO COMPENSO

Sebbene molte aziende abbiano annunciato che adotteranno permanentemente lo smart working, parecchie non lasceranno che la maggior parte dei dipendenti abbandonino l’ufficio. Con l’abolizione delle restrizioni geografiche che il lavorare da remoto consente, i datori di lavoro possono scegliere tra un pool di talenti molto più ampio, nonché risparmiare sullo spazio ufficio e sui relativi costi, anche con indennità per le spese di lavoro da remoto sovvenzionate. Questo non solo può, ma deve, tradursi in un giusto ed equo compenso del lavoratore da remoto, che non sia in alcun modo sacrificato rispetto a chi lavora dall’ufficio ed abbia diritto alle stesse remunerazioni, benefit e, magari, a promozioni o aumenti di stipendio.

IL DIRITTO A ABBONAMENTI DI COWORKING O SPESE PER L’HOME OFFICE

Le aziende stanno rapidamente eliminando o restringendo lo spazio degli uffici. Ciò per loro significa un risparmio, che deve tradursi nella messa a disposizione per i lavoratori in smart working di alcuni vantaggi che l’ufficio un tempo conferiva: spazio di lavoro adeguato ed efficace, wi-fi, computer affidabili. Sarebbe una soluzione che va a vantaggio di tutti. È quello che, appunto, offrono in Tulsa. «Hai bisogno di spazio sulla scrivania? 36 Degrees North, uno spazio di coworking dinamico nel centro di Tulsa, offre un luogo in cui lavorare e collaborare con altri imprenditori locali e lavoratori da remoto».

TAKEAWAYS

  • Lo smart working, ormai una realtà, si affermerà ancora di più la prossima stagione. Troppo spesso, però, i lavoratori da remoto risultano penalizzati.
  • Ben Stewart, il direttore esecutivo di Tulsa Remote, che offre a chi lavora in smart working $ 10.000 per entrare nella loro community, ha steso una vera «Carta dei diritti» per chi lavora da remoto.
  • Tra i diritti fondamentali, il fatto che il lavoro agile sia accessibile a tutti come scelta e non come privilegio, il diritto a una vita fuori dal lavoro con orari flessibili, il diritto alla fiducia reciproca.
AUTORE

Rachele Zinzocchi

Redazione OfficeSociety
Il nostro team di appassionati del futuro e dell'ufficio. Esperti di tecnologia, manager d'aziende, giornalisti e operatori Real Estate.

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