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Più smart working per tutti? Mica tanto



Forse quella del “Più smart working per tutti” è stata solo un’illusione. Un’impressione che corrisponde al vero in modo assai parziale. Da più di un anno si parla di questa presunta ‘rivoluzione’ nel mondo del lavoro, ma la verità è che in Italia l’abbandono degli uffici per lavorare da remoto resta una questione minoritaria.

E se cambiamento c’è stato, come è in effetti accaduto a partire dal primo lockdown dell’anno passato, si è trattato di un fenomeno non solo temporaneo, ma anche meno diffuso di come è stato dipinto. A rivelarlo è l’ultimo Rapporto Istat, da cui emerge che, di fatto, lo smart working nel 2020 ha interessato mediamente il 14 per cento dei lavoratori italiani. Sicuramente un numero su cui ragionare, visto che parliamo di circa 3 milioni di persone, ma non abbastanza rilevante da far parlare di una rivoluzione in atto.

LAVORARE DA REMOTO, MA SOLO UN PO’

Secondo il rapporto Istat 2020, il momento di maggiore utilizzo dello smart working da parte di datori di lavoro e aziende è coinciso, come era intuibile, con il secondo trimestre del 2020, ovvero il periodo contemporaneo e immediatamente successivo alle prime dure restrizioni causate dalla pandemia di Covid 19.

In quei mesi, la percentuale di italiani con ‘ufficio casalingo’ è arrivata al 19 per cento. Ma non è mai salita oltre quella soglia e, con l’allentarsi delle misure, è lentamente partita una sorta di ‘restaurazione‘, un graduale rientro sul posto di lavoro e cifre che non sono più risalite, nemmeno nelle successive ondate della pandemia.

ITALIAN STYLE FRA PROSSIMITÀ E TAYLORISMO

Sono gli Italiani ad avere un rapporto problematico con lo smart working? In un suo articolo per Il Domani, Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione ADAPT e ricercatore presso l’Università di  l’Università di Modena e Reggio Emilia, sostiene che il ‘sistema Italia’ possiede alcune caratteristiche che in parte limitano un’espressione piena dello smart working.

Ragioni strutturali, come la gran parte dei lavoratori impegnati in servizi di prossimità. Ragioni amministrative, con il diffuso resistere di un’impostazione del lavoro “Taylorista” che richiede controllo visivo e presenza fisica. E una certa arretratezza che ancora resiste in campo finanziario e nel settore bancario, limitando l’adozione di sistemi che promuovano il lavoro da remoto.

LAVORARE (SMART) PER L’ESTERO DALL’ITALIA

Molti lavoratori, però, lo smart working lo vorrebbero eccome. Lo suggerisce un altro articolo, questa volta pubblicato su La Repubblica, che a sua volta cita un’indagine di Wyser Italia. Secondo questa survey, che si concentrava sul desiderio degli intervistati di lavorare dall’Italia per un’azienda estera, una delle ragioni per cui la stragrande maggioranza (93% degli intervistati su un campione di oltre 1500 persone) conferma questa inclinazione c’è la possibilità di lavorare da casa.

Un trend che era già stato evidenziato l’anno scorso, proprio a ridosso del primo tentativo italiano di adozione dello smart working su larga scala: nel 2020, oltre il 60% dei rispondenti di un’altra indagine Wyser si diceva pronto a cercarsi un altro lavoro qualora mantenere il proprio comportasse il ritorno in ufficio.

BORGHI CHE ACCOLGONO I NOMADI DIGITALI

Poi ci sono le iniziative dei singoli. Come Francesco Maria Spanò, membro del Cts del club I borghi più belli d’Italia, che ha lanciato una proposta di legge per stimolare la ripopolazione dei borghi abbandonati con incentivi alla migrazione e, neanche a dirlo, promozione dello smart working. O amministrazioni che passano direttamente all’azione, come il borgo di Santa Fiora in provincia di Grosseto, che l’anno scorso ha lanciato il progetto Smart Working Village.

Chi vuole trasferirsi temporaneamente a lavorare nel borghetto toscano, può richiedere il finanziamento: copertura delle spese di locazione fino ad un massimo del 50%, per un importo non eccedente i 200 euro al mese e per un massimo di sei mesi. Il progetto sembra essere piaciuto, visto che il bando è stato rilanciato anche quest’anno.

A livello generale, però, non sembra ancora emergere un vero e proprio trend. E, quando si parla di smart working all’italiana, l’impressione è quella di una novità, qualcosa ancora non del tutto facile da maneggiare, ma di cui tanti intuiscono le potenzialità. Vedremo se e come il mondo del lavoro la farà sua.

Marina Nasi


Redazione OfficeSociety
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