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Destination office, l’ufficio diventa approdo

cocktail destination office architecture
Photo by Kelly Sikkema on Unsplash
Cosa intendiamo per destination office? Un luogo dove avremo voglia (e non l’obbligo) di recarci. Il design dovrà rimodellare lo spazio dell’ufficio, per renderlo ambiente ‘desiderabile’, calamita di talenti e centro di irradiamento della cultura d’impresa.

COSA TORNEREMO A FARE IN UFFICIO

“Sì ma concretamente, che lavoro fai? Come campi?” chiede Michele, alias Nanni Moretti, in Ecce Bombo. E Cristina risponde: “Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose”.  A più di quarant’anni dalla sua uscita al cinema, quella che forse è la frase più celebre del film, nel mondo dell’ufficio potrebbe avere un’accezione meno negativa. Zero sguardi di sufficienza, niente “torna subito a lavoro!” gridato con indice teso e puntato come un’antenna verso la scrivania.

No, gli esperti non ci hanno ancora dato chiari segnali di un trend che vede l’ufficio come regno del cazzeggio; bar o parco giochi startupparo di giovani rampolli della media borghesia, pervasi dall’apatia e dalla noia, se vogliamo rimanere aderenti alla pellicola di Moretti. Ma non dovrebbe storcere il naso l’interlocutore che al “come è andata oggi in ufficio?” avesse come risposta un: “Ho visto gente, conosciuto persone”.

DAL ‘MIO’ AL ‘NOI’

Il 2020 ha accelerato una metamorfosi del workspace che era già in atto. Via le scrivanie, i cubicoli e i divisori e benvenuti sofà, poltrone, tavolini da caffè come al bar e tavoloni smart per le riunioni con colleghi fisicamente presenti e altri collegati in videoconferenza per i brainstorming aziendali. Sarà difficile poter parlare de “il mio spazio, il mio ufficio, la mia postazione”, quantomeno non in modo permanente e definitivo. Chi avrà bisogno di privacy e silenzio, troverà sempre a disposizione degli ambienti dove potersi concentrare da soli. Ma in generale, la transizione dell’ufficio sarà dal “mio” al “noi”. Lo spazio si comprimerà in termini di metri quadri totali, ma si aprirà ad un’atmosfera che stimolerà la socializzazione, la condivisione e la cooperazione.

the office high five

L’UFFICIO COME DESTINAZIONE

Il covid-19 non c’entra. Architetti e designer da anni stanno immaginando e realizzando in concreto l’evoluzione del workspace. Da luogo dove si ‘deve’ andare, a meta che si avrà voglia di raggiungere: destination office destination workplace. Già nel 2016 Matthew Kobylar scriveva:

Poiché gli impiegati non hanno bisogno di andare a lavoro per svolgere la loro attività, le aziende hanno capito che gli uffici corporate non servono ad alloggiare lo staff, ma devono essere destinazioni. Gli uffici devono essere trasformati in ambienti cercati dai dipendenti perché sono dei gran posti dove lavorare”

Sam Sahni, Strategy Principal della sede di Londra di Unispace, alla fine del 2017  sosteneva che i destination workplace avrebbero fatto uso – senza trucchi e stratagemmi – di modelli push&pull attraverso i quali richiamare all’ovile la forza-lavoro, senza pregiudicarne l’autonomia. Insomma, per intenderci, più carota che bastone.

FLESSIBILITÀ, SCELTA, ESPERIENZE

Sebbene ogni progettazione debba tagliare su misura dell’impresa il design, a seconda del settore d’affari, delle mansioni e delle peculiarità dei dipendenti, il design di un destination office deve fondarsi su alcuni concetti chiave:

  • Flessibilità: agilità nell’intercambiabilità delle soluzioni lavorative all’interno dello spazio, le quali dovranno accontentare una variegata moltitudine di soggettività (e quindi di scelte, vedi sotto)
  • Scelta: un concetto fondamentale per il lavoratore se vogliamo dargli un buon motivo per abbandonare la comfort zone domestica e fare il pendolare. Scelta che può ruotare sul se, quando, dove, come sfruttare le infrastrutture dell’ufficio. A meno che la natura stessa dell’attività non richieda presenza fisica, l’ufficio non dovrebbe rappresentare né una soluzione di ripiego né una costrizione, ma come detto, un posto dove c’è voglia di recarsi.
  • Esperienze: è il plus che convince ad optare per il viaggio verso l’headquarter, perché ne vale la pena. A cominciare dai servizi: dalla semplice caffetteria alla piscina, oppure un ambiente dedicato alla meditazione. Servizi intesi anche come dotazioni tecnologiche all’avanguardia (hardware e software) per gestire riunioni in video. Altri ambienti, modellati sull’hospitality, promuovono incontri, scambi e conoscenza di diversi punti di vista.
coworking office

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DALLA ROUTINE ALLE ESPERIENZE

La rivoluzione passa anche in una tazza di caffè. Cioè da quel gesto che tradizionalmente serviva a rompere la noia della routine del lavoro alla scrivania, ma magari guardato con sospetto dai superiori. Chi l’avrebbe mai detto che l’ufficio potesse diventare fucina di serendipità, anziché di monotonia. Una postura per di più incoraggiata e inquadrata come attività vitale per l’innovazione di un’azienda, e non come una pausa da non far durare neanche troppo. Riprendendo le parole di Sam Sahni in quell’articolo del 2017 di cui abbiamo parlato sopra, Unispace si è spinta ancora più in là, ipotizzando addirittura un cambio di paradigma: dall’activity-based-working (ABW) all’experience-based-working (EBW).

Si procede quindi ad istituzionalizzare e ad incoraggiare momenti informali di interazione tra colleghi, una evoluzione delle chiacchiere alla macchinetta del caffè o davanti al dispenser dell’acqua, tanto che alcuni parlano di coffee break culture o water cooler culture. In Svezia ad esempio, è parte del bagaglio di regole non scritte dei lavoratori di prendere almeno due pause, intorno alle 10 del mattino e alle 15, per bere un caffè e mangiare un pezzo di torta con i colleghi, con dimostrati benefici sulla produttività. Una consuetudine per la quale il popolo scandinavo ha coniato un termine ben preciso: fika (non ridere, ti vedo che stai ridendo).

L’importanza di un workplace che miri a fornire ogni tipo di esperienza dovrebbe motivare i datori di lavoro anche per un altro motivo. Non ci si limita infatti a racchiudere una dotazione di comfort per invogliare alla presenza in ufficio. C’è anche una lettura top-down delle cosiddette amenities, da intendersi anche come un veicolo per far germogliare e propagare valori e brand. In breve: cultura aziendale, ossia quel set di valori, consuetudini, regole di base accettate e condivise che costituiscono e rinsaldano il legame tra gli assunti e tra questi e i clienti.

LA SILICON VALLEY HA TRACCIATO LA ROTTA

Tutto è iniziato sulla West Coast, in quella porzione di California dove sono addensate le aziende cosiddette Big Tech. Vent’anni fa forse bastavano un tavolo da ping pong, pareti e pouf colorati, una caffetteria che strizzasse l’occhio al look informale di uno Starbucks. Oggi invece l’offerta dei colossi deve andare oltre la fornitura di servizi e il design dell’ufficio sconfina addirittura nella pianificazione urbanistica.

C’entra non solo l’obiettivo di mantenere l’appeal del brand per attrarre capitale umano, ma, in quel pezzetto d’America tra San Francisco, Palo Alto, Mountain View e Cupertino, la necessità di rispondere all’infernale mercato immobiliare e degli affitti. Nella Silicon Valley, c’è chi vive in camper, chi si arrangia sul pavimento di un appartamento, chi dorme in macchina pur di non affrontare i micidiali tempi di commuting. E chi ha una casa – a meno che non si chiami Mark Zuckerberg – spesso non può permettersi comfort che non entrano nei pochi metri quadri a disposizione. Lo racconta molto bene il giornalista Michele Masneri nel suo saggio Steve Jobs non abita più qui (Adelphi):

Le aziende però non sanno più come fare per trattenere i loro costosissimi dipendenti: che viziano con massaggi e chef aziendali, ma poi mandano a dormire in camper. […] Un giorno ho chiesto a un amico che vantava di essersi fatto fare “il miglior massaggio della vita” dove l’avesse trovato. “Google” mi ha risposto. Sì, ho detto, ma dove? E dopo un po’ di ulteriore equivoco: “Non su Google, a Google”

Nel libro ad esempio Masneri racconta anche della lotta tra i giganti della Silicon Valley per assicurarsi i migliori chef per le proprie mense, dove si mangia gratis (altro benefit) dopo che Google, prendendo per primo l’iniziativa, ha costretto le altre aziende a seguirlo a ruota. E sebbene l’esplosione del lavoro da remoto abbia indotto molti a valutare l’opzione di trasferirsi in città più economiche e non tornare mai più in ufficio, la casa madre del motore di ricerca, Alphabet, ha comunque deciso di proseguire la costruzione di una new town a Mountain View.

DOPO IL COVID, RICOSTRUIRE I LEGAMI

Nelle società che già ante-2020 avevano cavalcato con più incisività la transizione a forme ibride di lavoro (ufficio+remoto), il management era chiamato a rispondere al legittimo dubbio che ogni mattina sorgeva in capo ai dipendenti: perché e con quale scopo oggi andrò in ufficio, anziché lavorare da casa? Oggi il quesito si pone lo stesso, anzi con ulteriori perplessità, gravato dalla preoccupazione per la situazione sanitaria, il rischio – reale o percepito – del contagio, l’abitudine oramai sedimentata del lavoro da remoto dopo mesi di assenza dall’ufficio: perché oggi dovrei ritornare in ufficio?

In fondo, come racconta Bob Fox, presidente di Fox Architects, nel podcast The future of post-pandemic workplace design, nei mesi scorsi i designer si sono resi conto che la progettazione degli ambienti ha poco a che fare con il lavoro in senso stretto e molto a che fare con la capacità di stimolare connessioni tra gli individui. Il tema non è la produttività, perché si può essere produttivi praticamente dappertutto, come avvenuto durante il lockdown. Ma per creare e innovare, abbiamo ancora bisogno di incontrarci tutti in una stanza per condividere pensieri e idee, almeno fino a quando la tecnologia non ci consentirà di inviare in riunione il nostro avatar o un ologramma da proiettare in 3d in sala conferenze.

Più o meno a simili conclusioni è arrivato anche Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, in un’intervista con Bloomberg. L’infrastruttura tecnologica ha retto in maniera fantastica al repentino “tutti a casa” che ha svuotato l’ufficio all’inizio del 2020. Forse neanche gli stessi manager si aspettavano una tale capacità di adattamento e prosecuzione del lavoro senza intoppi. Ma la sfida più complicata è quella legata al “mantenimento della cultura”, intesa come ciò che unisce e permea ogni dipendente della società.

CONTA LA DESTINAZIONE, NON IL VIAGGIO

Il destination office si candida quindi a fungere da hub culturale dell’impresa. Non vale il motto di Jack Sparrow, protagonista di “Pirati dei Caraibi” interpretato da Johnny Depp: “Ciò che conta è il viaggio, non la destinazione”. Anzi. Nel nostro caso, la destinazione è tutto, perché è da lì che comincia il viaggio.

La destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose”

Henry Miller

Andrea Caruso
Giornalista professionista, ha lavorato a News Mediaset e per l’ufficio italiano del Parlamento europeo. Laurea in Relazioni Internazionali. Sannita e springsteeniano. La pallacanestro come credo religioso. Pensa che la pizza possa lenire quasi ogni tipo di dolore.

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